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nedelja, 3. september 2023

sreda, 6. november 2019

Punjert, castello »perduto« dell'alta val Rosandra


La val Rosandra è stata abitata fin dalla Preistoria, ma solo al periodo Protostorico risale la costruzione delle prime opere fortificate, attività che e proseguita ininterrottamente praticamente fino ai giorni nostri.

Se ristringiamo il campo al solo medio evo, posiamo cosi trovare nella valle i relativamente noti resti del castello di Moccò, del tabor di Draga e del castello di Vichimberch. A suo tempo esisteva anche una muda fortificata a Klanec, della quale però non si trovano più resti visibili.

Soffermiamoci un attimo sul castello di Vichimberch. Esso sorge sulla sommità del Žerjalski vrh (quota 390) e risale alla metà del XIII secolo, quando su autorizzazione del vescovo di Trieste fu costruito sul suolo triestino dal ministeriale goriziano Almerico di Carsperch. Il castello ebbe vita breve poiché venne distrutto dalle milizie triestine già nel 1361.

Pochi invece sanno, che sul colle Punjert (circa 450 m a SE di Vichimberch) si trovano i resti di una fortificazione molto più misteriosa. Il sito e stato notato dall'archeologo M. Župančič negli anni ’80 e segnalato all'Istituto per la tutela del patrimonio culturale della Repubblica di Slovenia, che applicò al sito e alla zona circostante il regime di tutela archeologica. A Punjert venne assegnato il numero di registro 16010. La descrizione disponibile e estremamente sintetica, quanto interessante e suscettibile di ulteriori indagini: “fortificazione medievale di piccole dimensioni con fossato difensivo ben visibile. Datazione: Medio Evo.” Nessun scavo o altra indagine invasiva venne o è stata svolta.

La posizione di Punjert e segnata col rombo rosso

L'associazione LIMES ha quindi deciso di operare sul sito con metodi non invasivi. La finalità era di capire se sul poggio denominato Punjert, circondato da un fossato di chiara origine artificiale, ci fosse stata un’opera fortificata, di quale probabile epoca, con quale funzione e, possibilmente, creare un rendering grafico della costruzione.

I rilievi topografici, oltre ad accertare la presenza del fossato e la presenza di alcune discontinuità sulla superficie pianeggiante del plateau, non hanno dato ulteriori risultati. Si è deciso quindi di procedere ad un’analisi della cartografia disponibile oltre, naturalmente, ad un’attenta ricerca bibliografica, ma senza nessun esito.

L’utilità del Lidar (Light Detection and Ranging) nel caso del sito di Punjert è emblematica: l’osservazione tradizionale dal cielo, per mezzo di foto aeree e satellitari non dava alcuna informazione di qualche importanza, mentre grazie al sistema Lidar si può vedere che il fossato (di lunghezza di circa 130 m) è di forma irregolare, mentre sul plateau si può intuire la presenza di una struttura grossomodo rettangolare della dimensione di circa 20 x 15 m.

Immagine Lidar del sito di Punjert

In considerazione di questi importanti indizi, nella ragionevole speranza che il terreno del plateau potesse celare ancora i tratti inferiori delle murature, si è deciso di procedere ad un rilievo georadar (GPR– Ground Penetrating Radar). Lo scopo era quello di analizzare il terreno per l’eventuale localizzazioni di strutture sepolte di possibile interesse archeologico.

L’indagine georadar nel sito ha confermato la presenza di strutture sepolte interpretate come porzioni di opere murarie. Queste strutture presentano una continuità (linearità) e sono di forme e dimensioni diverse. Dai rilievi si può notare che i resti delle strutture murarie hanno uno spessore poco inferiore al metro, ad eccezione del muro trasversale, posizionato a circa 2/3 della lunghezza del plateau che, con ogni probabilità, è congruente con il modesto “gradino” percettibile sul terreno. Considerato il maggior spessore di queste ultime strutture murarie, che arrivano a circa 1,5 m, e il loro posizionamento, si presume, con sufficiente certezza, che siano i resti di una torre di difesa.

Uno dei profili GPR con indicate le anomalie create da una struttura muraria sepolta

Dai risultati delle ricerche ci portano a credere che Punjert nasconda nel sottosuolo i resti di un piccolo castello medioevale. Probabilmente si trattava di una modesta fortificazione con una semplice cortina muraria (forse parzialmente lignea) e torre (semi)centrale difensiva. Punjert nel passato aveva una buona posizione strategica dalla quale poteva controllare le vie di traffico a quei tempi presenti nell'alta val Rosandra. Trattasi quindi di una fortificazione, che ha probabilmente difeso l’ex percorso che da Trieste, attraverso la val Rosandra, proseguiva lungo la linea di minima pendenza verso Mihele e Beka.

Ricostruzione grafica (ipotetica) di Punjert

In conclusione osiamo formulare tre ipotesi sull'origine e la datazione di Punjert. La prima vede una datazione del sito intorno all'anno 1000, quando sul Carso i Weimar fecero costruire una prima serie di fortificazioni, da cui ne consegue che Punjert fosse già stato distrutto o abbandonato già prima del XIII secolo, quando fu costruito il castello di Vichimberch. Data l’assenza di resti e tracce murarie in superficie, è molto probabile, seguendo tale ipotesi, che Vichimberch fosse stato costruito, almeno in parte, utilizzando i materiali di Punjert, poiché queste due località sono relativamente vicine e ben collegate tra loro. Secondo la seconda ipotesi Punjert darebbe stato il “campo” temporaneo delle milizie triestine, durante l’assalto del castello di Vichimberch. Questa tesi appare poco sostenibile, in considerazione della distanza dal castello target e dalla sua posizione, opposta alla probabile provenienza delle milizie triestine. Secondo la terza ipotesi, che appare quella più plausibile, Punjert sarebbe stato un propugnacolo, i.e. una fortificazione avanzata destinata ad implementarne la resa bellica del castello di Vichimberch e quindi ad esso coevo.

Si auspica che in un prossimo futuro si possa procedere ad una serie di indagini invasive che possano, sperabilmente, render più chiara l’origine di tale castello “perduto” nell'alta val Rosandra.

Per saperne di più:
Sapač, I. (2011) Grajske stavbe v zahodni Sloveniji: Kras in Primorje. Ljubljana: Viharnik.

torek, 5. februar 2019

Il confine ai "confini del mondo"

A sud della cima del Nevoso/Snežnik si apre, tra le fitte foreste, una serie di ampie radure pianeggianti note come Gomance, Čabranska polica e Klanska polica. Tra le ultime due, sulla quota 1143, si trovava il trifinio (triplice confine) tra l'Istria (Margraviato d'Istria), la Croazia (Regno di Croazia e Slavonia) e il Ducato di Carniola, al tempo dell'impero asburgico.

Posizione del trifinio su una carta topografica risalente al 1914.

Assai curiosamente, parte della linea di tale confine amministrativo, ricalcava esattamente il vicino Claustra romano, chiamato anche Vallo Liburnico, in direzione N verso Babno polje / Prezid e S verso Klana / Studena. La stessa linea di confine fu poi successivamente ricalcata sia dal confine tra Italia e Jugoslavia tra le due guerre mondiali e parzialmente l'odierno confine tra Slovenia e Croazia.


Agli inizi del ventesimo secolo la zona del Nevoso/Snežnik era comunque un po' meno selvaggia e dimenticata di quanto lo sia al giorno d'oggi. Esistevano infatti numerosi piccoli centri abitati più o meno saltuariamente da boscaioli, cacciatori, etc.

Sguardo sui dintorni del trifinio come si presentava agli inizi del ventesimo secolo.

I principali "centri", o meglio castelli, rifugi, case forestali e di caccia sul massiccio del Nevoso su una cartolina risalente al 1904.

Le foreste della Čabranska polica (settore Regno di Croazia e Slavonia) erano di proprietà del barone Ghyczy.

Anche se le vicende belliche della prima guerra mondiale non coinvolsero direttamente la zona, i suoi postumi portarono comunque a uno totale sconvolgimento della precedente situazione. Gomance, Čabranska polica e Klanska polica divennero parte del Regno d'Italia e nella zona apparve un confine strettamente presidiato.

Carta topografica italiana indicante il corso del nuovo confine. Curiosamente vi sono segnati anche i resti del limes romano.

La nuova situazione politica porto con se anche maldestri tentativi d'italianizzazione dei toponimi locali che portarono a non poca confusione.


Casa forestale sul altopiano (Ciabransca; Cabrasca) su una cartolina risalente al 1930. Interessante il camion Fiat (probabilmente un Bl 18).

Come già detto prima dopo la delimitazione del nuovo confine questo fu strettamente presidiato sia dalla milizia di confine che dalla guardia di finanza. Il presidio della frontiera porto con se la necessita di costruire numerose caserme. Difficile stabilire quante esattamente ne furono costruite in nella zona del Nevoso/Snežnik. Durante le nostre ricerche siamo riusciti a identificare le seguenti:
- Caserma Difensiva Guardia alla Frontiera Pian della Secchia
- Caserma Guardia di Finanza Ciabransca
- Caserma Milizia MVSN Ciabransca
- Caserma Guardia di Finanza Monte Cifri (Cifre)
- Caserma Milizia MVSN Monte Melise (Melišje)
- Caserma Guardia di Finanza Quota 909 (Brgudac presso Studena)
- Caserma Milizia MVSN Dolina dei Noccioli (Leskova dolina)
- Caserma Guardia di Finanza Dolina dei Noccioli
- Caserma Difensiva Guardia alla Frontiera Dolina dei Noccioli
- Caserma Guardia di Finanza Zabice (Zabiče)


In concomitanza con le caserme furono costruiti anche numerosi bunker, posizioni d'artiglieria, fossati anticarro e campi d'ostacoli anticarro di cemento. 

Nonostante questa forte militarizzazione la zona Nevoso/Snežnik del negli anni 20 e 30 visse un breve ma intenso periodo di sviluppo turistico. Klanska polica divenne infatti per un breve periodo un popolare centro sciistico completo di trampolino per il salto con gli sci. C'erano ben 2 strutture d'accoglienza turistica aperte tutto l'anno: la popolare capanna Angheben e il più signorile rifugio Guido Rey. Durante questo periodo Klanska polica fu teatro di numerose gare sciistiche.

Partecipanti a una gara sciistica in sosta davanti alla capanna Angheben.  

L'affluenza di gente in zona, sia militari che turisti, porto con se anche all'apertura di un piccolo negozio a Gomance.


Il centro turistico di Klanska polica perse comunque di popolarità già verso la fine degli anni trenta. 

Oggi delle allora esistenti strutture sia turistiche che militari non rimangono che pochi resti. Dopo la seconda guerra mondiale e la scomparsa del confine queste strutture furono, tranne che in pochi casi, abbandonate e lasciate al declino o addirittura intenzionalmente rimosse. La zona del Nevoso/Snežnik tornò cosi ad essere il "regno" dei boscaioli, dei cacciatori e degli amanti della natura selvaggia che neanche il susseguente nuovo confine tra Slovenia e Croazia riuscii nuovamente a turbare.

Una delle poche strutture "riciclate" e la caserma in cima al Brgudac presso Studena che al giorno d'oggi funge come casa di caccia. Questo edificio sorge curiosamente proprio nel punto dove i confini amministrativi austriaci, confine tra Italia e Jugoslavia e vallo romano (Clausta) si sovrapponevano perfettamente.

Posizione del confine amministrativo su una carta topografica risalente al 1914.

Nei pressa della casa di caccia e anche possibile visitare un bel tratto del Claustra recentemente restaurato.


Fonti:
www.lokalpatrioti-rijeka.com
https://www.kamra.si

četrtek, 10. maj 2018

Il grande ponte romano sull'Isonzo - prima parte

La cosiddetta Via Gemina era una importante strada romana, costruita ai tempi dell'imperatore Augusto, che univa Aquileia a Iulia Aemona (l‘odierna Ljubljana) e in questo mondo collegava l'Italia con il mondo danubiano. Si trattava di una vera e propria autostrada dell'antichità, completa di grandi opere quali stazioni postali e fortificazioni militari. Va comunque tuttavia ricordato che pero la strada romana ricalcava un percorso ancora più antico, la cosiddetta “via dell'ambra” e il cui percorso viene utilizzato tutt'oggi dall'autostrada moderna.

La via dell'ambra

L'opera ingegneristica più importante presente sulla Via Gemina era indubbiamente il grande ponte sull'Isonzo (Pons Sontii), che si trovava nei pressi dell'odierna Farra d'Isonzo (località Mainizza) circa 800 m a monte della confluenza della confluenza del Vipacco con l’Isonzo.

Ipotetica ricostruzione di come doveva apparire il Pons Sontii (Stasi, 2003)

Sulla Tabula Peutingeriana, copia medievale di un antico atlante stradale romano (itinerarium pictum) la cui ideazione viene normalmente attribuita a Marco Agrippa, illustrante le principali strade dell'Impero, si può vedere che il ponte e l'annessa stazione postale (mansio) si trovavano a 14 miglia (circa 22 km) da Aquileia. 

Estratto della Tabula Peutingeriana

Al periodo romano risale anche un'ulteriore testimonianza fornita dallo storico greco Erodiano (170 – 250) che nella sua opera “Storia dell'Impero Romano dalla morte di Marco Aurelio all'ascesa di Gordiano III” fornisce una preziosa descrizione del ponte e delle sue “sfortune” belliche.

Durante il cosiddetto Bellum aquilense del 238, il generale romano Massimino il Trace, il primo dei così detti imperatori militari, marciò dal suo quartier generale di Sirmium (l'odierna Sremska Mitrovica) verso Roma per farsi proclamare imperatore dal senato. Nel disperato tentativo di fermare la sua avanzata, il ponte fu preventivamente distrutto dai Aquileiesi.

Ma, giunto al fiume, il quale sta discosto dalla citta sedici miglia, trovò che la piena delle acque avea dato fuori, squagliate essendosi le nevi de vicini monti che avea indurite la lunga invernata, e tanto era gonfio e impetuoso il torrente, che in nessun modo si poteva guadare. Nè passar si potea altrimenti, perchè quel bellisimo e magnifico ponte, edificato dagli antichi imperadori di pietre quadrate e ad arcate che andavano aumentando di dimensioni, stato era dagli aquilejesi tutto rotto e fracassato. Di maniera che non potendo l'esercito passare all altra riva, per non vi essere nè ponte nè sorte alcuna di navilj, si fermò Massimino titubante sul partito da prendere. In tale incertezza alcuni tedeschi, non sapendo quanto rapidi e impetuosi siéno i fiumi in Italia, e credendo che si volgessero giù pe piani con quell istessa calma che fanno quel di Germania, ove sogliono per tal cagione facilmente ghiacciare, presero animo a sgarare le acque montati in su cavalli valenti a nuotare, ma trascinati dalla corrente vi annegarono.

Massimino risolse il problema facendo realizzare un ponte galleggiante fatto di botti di legno legate tra di loro.

Vennero a lui alcuni ingegneri e gli dissero che in quelle deserte campagne si rinvenivano delle botti vuote e rotonde dalle quali que villani doveano servirsi per trasportare i loro vini e che avendo il concavo delle navi si sarebbero potuto collegare insieme e far gallegiare sulle acque nè vi essere a temere si affondassero quando le si fossero bene concatenate e con gente assai potersi ancora inzavorrare e con rami e terra render ferme e sodisime.

Busto di Massimino il Trace

Massimino comunque non riuscì mai a raggiungere Roma. La distruzione del ponte riuscì a rallentare la sua avanzata abbastanza a lungo e Aquileia ebbe il tempo di rafforzare le sue difese. Durante l'estenuante assedio della città i suoi stessi soldati si ribellarono e lo uccisero.

Vista la sua importanza, dopo questo sfortunato episodio il ponte fu probabilmente rapidamente ricostruito. Grazie a Paolo Diacono sappiamo che esso sopravvisse in qualche modo anche alla caduta del Impero Romano. Il cronista longobardo, nella sua opera Historia Romana, infatti menziona che il 28 agosto del 489 nei pressi del Pons Sontii gli Ostrogoti guidati da Teodorico sconfissero l'esercito erulo di Odoacre. 

Paolo Diacono (720 – 799)

Lo stesso autore ci fa anche supporre che il ponte esistesse anche ai tempi dell'invasione longobarda dell'Italia. Nella sua opera Historia Langobardorum infatti menziona che il re Alboino affidò il Friuli al proprio nipote Gisulfo. Gisulfo accettò l'incarico a patto che il re gli assegnasse alcune farae di sua scelta. Le farae erano comunità (stirpi) di guerrieri con le rispettive famiglie che avevano forti rapporti personali con il duca. Probabilmente è proprio da una di queste farae che ricevette il proprio nome Farra d'Isonzo. L’effettiva presenza dei Longobardi a Farra e stata confermata anche da ritrovamenti archeologici. Il suo nome e la sua posizione sulla riva dell'Isonzo, nelle vicinanze del ponte romano, testimoniano che i Longobardi avevano affidato a guerrieri scelti la difesa di un punto probabilmente ancora altamente strategico.

Da questo punto in poi, però, le tracce storiche del Pons Sontii si perdono. Il ponte venne infatti a mancare in un punto non bene precisato durante i secoli bui. Appare comunque quasi certo che nel 967 non esistesse più. In quell’anno infatti l'imperatore Ottone I donò al patriarca Rodoaldo ampi possedimenti tra i quali figurava anche “... castrum quod vocatur Farra com omnibus suis pertinensis” (... il castello chiamato Farra con tutte le sue pertinenze). Omettere la presenza di un imponente ponte sarebbe stato un fatto alquanto strano, specialmente tenendo conto del fatto che la tassa di transito sarebbe stata una fonte di reddito non indifferente.

Poiché mancano anche notizie su eventuali redditi da traghettamento è plausibile che a quei tempi quel tratto di fiume perse la sua importanza strategica e che i transiti commerciali si erano spostati più a nord verso Gorizia.

Il Pons Sontii quindi spari dalla geografia e dalla memoria per più di un millennio, per poi essere riscoperto nel 800'. Ma di questo tratteremo nel nostro prossimo post.



Fonti: 


sreda, 9. maj 2018

LIMES a scuola

Martedì 8 maggio è tenuta, presso la sede della scuola Pier Paolo Vergerio il Vecchio di Capodistria, la presentazione, a cura del ZVKDS in collaborazione con l'associazione Limes, del progetto Interreg SLO/HR CLAUSTRA+ dedicato alla scoperta e valorizzazione delle opere fortificatorie romane in territorio sloveno (e croato), risalenti al Tardoantico.


Dopo una presentazione a cura dell'archeologa e docente Katharina Zanier e di Massimo Medeot, presidente di Limes e insegnate della scuola, con pubblico composto dagli alunni della VI e della VII, si sono svolti i laboratori dedicati agli alunni della classe V coordinati dall'archeologa Tajda Senica durante i quali gli alunni hanno realizzato un plastico delle fortezze Hrušica (Ad Pirum) e Lanišče.



E' stato un momento didattico e formativo per approfondire tematiche presenti nei programmi ministeriali, qui illustrate con metodologie e materiali all'avanguardia, da esperti professionisti del settore.

sreda, 28. marec 2018

Incidente aereo sul monte Razsušica


Sulla vetta della Razsušica (il monte e conosciuto anche come Glavičorka o Pil), che con i suoi 1083 m rappresenta il punto più alto della Čičarija, si trova un cippo di cemento che commemora un tragico evento accaduto quasi 100 anni fa.


Il 15 giugno 1918 un aereo militare tornava dalla propria missione (bombardamento dei impianti militari di Mestre) alla base di Pola. A bordo c'erano 3 membri dell'equipaggio - un Tirolese e due Ungheresi. Per un qualche motivo che resterà per sempre ignoto, il velivolo sbaglio completamente rotta e verso le 23 andò a sbattere contro la montagna.

Era una giornata molto afosa e la gente del vicino paesino di Golac era ancora in strada a cercare refrigerio quando prima senti un aereo che volava a quota molto bassa e poi vide un esplosione sotto la cima del sovrastante monte.

I soccorsi partirono di prima mattina, ma purtroppo trovarono solo 3 cadaveri carbonizzati. I resti dei tre aviatori furono portati a valle e seppelliti nel cimitero del paese. Dopo la guerra le salme vennero riesumate dai rispettivi famigliari riportate a casa.

Per quanto riguarda i resti dell'aereo, essi furono parsimoniosamente riutilizzati fino all'ultima vite e fino a qualche decennio fa si potevano ancora trovare sparsi qua e là per il paese. 


Golac e i paesi vicini erano infatti fino a non tanto tempo fa luoghi poverissimi e decisamente "fuori dal mondo". La prima radio, per dire, arrivo con un insegniate "foresto" solo nel 1953, mentre l'asfalto raggiunse il paese solo nel 1989...

Fonte: 
Renato Podbersič: Čičke prekvantice z Goca: folklorni obrazci z Golca v Slovenski Čičariji, 2007.

petek, 2. marec 2018

Conferenza al centenario della scoparsa del prof. Ludwig Karl Moser (1845-1918)

Il prof. Ludwig Karl Moser ha dedicato la propria vita alla ricerche geo-archeologiche nelle grotte del Carso.


Durante la conferenza svoltasi il 1o marzo 2018 presso la Biblioteca Crise a Trieste sono stati presentati un'analisi dei diari del grande personaggio, un esame del contesto storico e scientifico del lavoro di Moser e i suoi rapporti con gli altri ricercatori della sua epoca.

Conferenza tenuta dal prof. Paolo Paronuzzi, geologo, anzi, geo-archeologo come ama definirsi, docente del corso di Geologia Applicata presso l'università di Udine, parallelamente da quasi 40 anni si occupa di ricerca archeologica e approfondito studio anche delle biografie dei più autorevoli personaggi che hanno studiato le nostre terre.


Il prof. Paronuzzi, con la sua nota capacità espositiva e narrativa, è riuscito a portare a una piacevole narrazione degna di un romanzo biografico senza però perdere il valore scientifico.

četrtek, 23. november 2017

Il ciglione carsico come visto nel 1535 da Franco Cappi

L'archivio di stato di Venezia conserva una interessante mappa del ciglione carsico, risalente al 1535 (ASV. DRI, f. 19/1). Anche se il disegno non segue le regole della cartografia moderna e la prospettiva risulta parecchio approssimativa, esso rappresenta, nonostante ciò, un documento estremamente prezioso poiché mostra la distribuzione degli abitati, la posizione di chiese e fortificazioni ormai scomparse, i tracciati delle antiche vie di comunicazione e la posizione del confine tra l'Austria e la Repubblica di Venezia all'inizio del XVI secolo. La carta è interessante anche dal punto di vista naturalistico: l’'autore infatti dedica molta attenzione ai fenomeni naturali caratteristici delle zone carsiche.



Segmento 1 - Klanec
Sul disegno si può notare la vecchia dogana di Klanec (B), che viene menzionata nei documenti ufficiali già nel XIV secolo. Ai tempi di Cappi la dogana aveva sede in una torre, stabilmente presidiata, posta sul ciglio della strada principale cosicché i traffici in transito non avessero la possibilità di evitarla.

B – Torre di Clanaz, muda posta sopra la strada maistra ove li cavali che vengono d'Alemagna sono astreti di pasar et vista continue guardie.

La dogana fu successivamente ampliata e divenne persino la sede di una famiglia nobile locale. In un disegno di Valvasor risalente a circa 150 anni dopo la mappa di Cappi si può vedere che la dogana nel tempo assunse la forma di un vero e proprio piccolo castello. 


Lo stabile fu abbandonato a meta del XVIII secolo. Oggi non ne rimane nessuna traccia.


Segmento 2 – Kastelec e castello di San Servolo
La mappa di Cappi contiene anche indicazioni sui cambiamenti idrogeologici avvenuti nell'area del ciglione carsico nei ultimi 500 anni. L'autore cosi documenta che nelle vicinanze di Kastelec (Castelaz) un tempo sgorgava un torrente che poi formava un lago (A).

A - Fontana d'aqua viva che scaturisse da un monte austriaco et forma un lago sul confin di Gabroviza di gran comodo ali abitanti circonvicini.

Al giorno d'oggi in quella zona non ci sono né acque correnti in superficie degne di nota né tanto meno vi e presente qualcosa che assomigli ad un lago. Tenendo conto della distanza dai centri abitati e la configurazione del terreno ipotizziamo che il lago si trovasse nella Kastelska vala e che il torrente sgorgasse sotto il monte Kras. Questa ipotesi viene ulteriormente avvalorata dalla tradizione orale. Come abbiamo già riportato in questo blog a Ospo si racconta di un lago che si forma nella vallata sotto Kastelc e di acqua che trabocca riversandosi in un canalone tra la Mišja Peč e Gabrovizza.


Segmento 3 – Osp
L'autore dedica molta attenzione a Osp e alla zona circostante. Descrive la grotta fortificata che sorge sopra il paese (C) nella quale si rifugiavano gli abitanti in tempo di guerra e l'effimero Rio Ospo (D) che sgorgava dalla grotta e durante il suo corso verso il mare passava attraverso le saline di Muggia, delle quali oggi rimane solamente il ricordo.

C – Grota d'Ospo nela quale al'ocorenze di guera li abitanti circonvicini si sono in gran numero salvati per esser per se stessa forte.
D – Fiume seccha che scaturisse di deta grotta et pasando per mez le saline di Muia sboca in mare.

Anche questo segmento di mappa ci porta a constatare gli avvenuti mutamenti del quadro idrogeologico nell'area del ciglione carsico. Nei pressi di Tinjan (Antignan) la mappa infatti segnala la presenza di una sorgente indicata con il termine "aqua viva", il che ci fa supporre che si trattasse di un corso d'acqua stabile di notevoli dimensioni. Oggi in quella zona non vi è presente nessun corso d'acqua degno di nota. Tenendo in conto la distanza dal paese e la configurazione del terreno tendiamo a supporre che si trattasse di quello che è oggi noto con il nome di Globoki potok o in alternativa del Tinjanski potok.

Sulla mappa è segnato in modo molto marcato anche il paese di Rožar (Rosarol-Rosario), che era a quei tempi solidamente fortificato e faceva parte della serie di fortini destinati al presidio del confine tra Austria e Repubblica di Venezia. Il fortilizio eretto intorno alla chiesa del paese serviva anche come tabor durante le incursioni turche.

Come curiosità segnaliamo che la mappa non riporta la presenza del piccolo abitato di Zased (Xaxid) tra Prebeneg (Prebenico) e Osp (da non confondere con il quasi omonimo Zazid/Sasseto nell'alta valle del Risano). Di Zased abbiamo già parlato in altre occasioni. Interessante notare è che nel punto dove la carta, risalente al XVII secolo, mostra la sua posizione in prossimità del confine, questa mappa di circa 100 anni più vecchia indica solo la presenza di una chiesa, senza indicazione del nome, che perciò ipotizziamo allora già abbandonata.


Segmento 4 – Intorno a Črni Kal 
Cappi non omette di menzionare anche altri tipici fenomeni carsici. Cosi ci spiega che nei pressi della chiesa dedicata a Santa Maria delle nevi, vicino a Černotiče (Cernotich), eretta nel bel mezzo di uno dei castellieri meglio conservati dell'Istria slovena, il confine passa di fianco a una grotta (E) e a una foiba (F). 

E – Grota con ferro di cavalo che forma confin
F – Foiba cernaiana che forma confin 

Il commento riguardante la grotta è decisamente particolare e non appare chiaro se si tratti del nome della grotta stessa o se il ferro di cavallo menzionato fosse reale e servisse a contraddistinguere/marcare una grotta. Inoltre non si può capire di quale grotta (e foiba) si tratti poiché in quella zona ne sono state evidenziate un gran numero. Per una strana coincidenza, tra le grotte censite, esiste anche una denominata Jama podkovnjakov (Grotta dei ferri di cavallo), che però presumibilmente deve il suo nome ai pipistrelli, cioè al ferro di cavallo minore (Rhinolophus hipposideros) e/o al ferro di cavallo maggiore (Rhinolophus ferrumequinum).

L'autore infine segnala anche la presenza di un ulteriore fenomeno carsico – un fiume che scompare nel sottosuolo, che a suo tempo sgorgava sotto il paese di Črni Kal (Cernikal – San Sergio) e scompariva nei pressi della oggi distrutta chiesa di Santa Cecilia vicino a Loka (Lonche). Al giorno d'oggi in quella zona a parte pochi torrenti che si riempiono di acqua in caso di abbondanti precipitazioni, non esistono corsi d'acqua superficiali: ciò rappresenta un'ulteriore prova dei mutamenti idrogeologici di quel territorio nel corso dei secoli.

La mappa mette inoltre in bella evidenza il castelletto sopra Črni Kal e riporta anche la presenza di un fortilizio che, a suo tempo, sovrastava il paese di Loka. Si trattava di una torre fortificata simile a quella di Podpeč e che come Rožar faceva parte della serie di fortificazioni di frontiera, ormai quasi del tutto dimenticate. I suoi resti erano ancora ben visibili alla fine del XIX secolo, mentre al giorno d'oggi l'unica cosa che rimane di lei è un toponimo – Za gradom (Dietro il castello).


Fonti:
Darko Darovec (ed.), Stari krajepisi Istre, Koper, 1999, p. 99
Igor Sapač, Gradovi, utrdbe, dvorci, vile v Slovenskem primorju in v bližnji soseščini, 2014
Igor Sapač, Grajske stavbe v zahodni Sloveniji. Kras in Primorje, 2011

torek, 17. oktober 2017

Costruire a secco dai castellieri ai giorni nostri


Costruire a secco dai castellieri ai giorni nostri, conferenza tenuta dal Prof. Paolo Paronuzzi presso il Museo di Storia Naturale di Trieste in via Tominz 4.

Vedi locandina su: http://www.museostorianaturaletrieste.it/il-paesaggio-che-vive-living-landscape-18-ottobre-17-dicembre-2017/


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Serata interessantissima. Considerazioni scientifiche socio/archeo/geologiche esposte da un geo-archeologo di lunga esperienza, 40 anni di studio sui castellieri. Peccato per la poca affluenza di pubblico. 


petek, 13. oktober 2017

Alto bacino della Rosandra, antichi percorsi, guadi, insediamenti e fortificazioni



Presentazione sulle ultime ricerche e scoperte di LIMES ed altri suoi collaboratori, finalizzate allo sviluppo e alla tutela del parco naturale di Beka, nell'alto bacino della Rosandra.

četrtek, 12. oktober 2017

Grandi opere di adesso che un giorno diventeranno "La grande Storia"

Ci attirano cose antiche, segni di civiltà antiche, ma resta anche l'enorme fascino delle grandi opere contemporanee (che un giorno diventeranno a loro volta storia). 

Volgiamo lo sguardo al cielo all'imbrunire e scorgiamo un puntino luminoso costante che si muove da sud ovest a nordest dove d'un tratto scompare. E' la stazione spaziale internazionale ISS. Al link qui sotto troviamo le ore di passaggio. Con un forte binocolo o meglio telescopio riusciamo anche a vederne la forma.


nedelja, 8. oktober 2017

Allagamenti nella vallata di Becca-Ocizla

La tradizione orale racconta che in occasione di massicce piovosità e occlusione dei inghiottitoi di Beka-Ocizla, l'acqua traboccava nei pressi di "na Mazarjih" nella conca del Grižnik e scorreva giù fino a Bottazzo. Indizio probabile di ciò è l'esagerata erosione dell'antica via sul fondo del Grižnik che saliva da Bottazzo verso Becca. 

Anche a Ospo raccontano di acqua che si riversava in un canalone tra la Mišja Peč e Gabrovizza e questa traboccava dalla vallata davanti a Kastelec.